Identità ai tempi della società liquida.

«Nelle società unificate, stabili e correnti, la personalità limitata aveva valore; gli uomini potevano accontentarsi di un solo io. Oggi non è più così. In una società multivalente, la personalità multipla è l’unica che può dare soddisfazione.» Rhinehart, L’uomo dei dadi, 1971


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Il figlio dell’uomo – Renè Magritte,  1964

“Il concetto d’identità, nella sociologia, nelle scienze etnoantropologiche e nelle altre scienze sociali riguarda la concezione che un individuo ha di se stesso nell’individuale e nella società, quindi l’identità è l’insieme di caratteristiche uniche che rende l’individuo unico e inconfondibile, e quindi ciò che ci rende diverso dall’altro. L’identità non è immutabile, ma si trasforma con la crescita e cambiamenti sociali”. (Wikipedia)

Ma quando i cambiamenti sono all’ordine del giorno e la velocità con la quale si susseguono diventa ingestibile? Come potersi adattare a questa società liquida, nella quale ci spiega Bauman,  regna la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza”?

L’identità, insieme complesso di caratteri che vanno ad identificare quell’individuo e solo quello, dandoci l’esatta percezione di chi abbiamo di fronte, dovrebbe essere una base sicura, una nave grazie alla quale navigare il mare calmo e o in tempesta intorno a noi. Ma oggi è così difficile anche solo per pochi istanti percepirsi fedeli e costanti ad un immagine di sé, nei casi fortunati molto vicina alla propria essenza, quando il mondo ci rimanda costantemente al largo, in balia di oceani sempre più sconfinati e senza altri strumenti. Perché forse è proprio lì il problema, se avessimo strumenti più affinati, una preparazione migliore e più tempo per capirci qualcosa, saremmo in grado di adattarci meglio a questo mondo così complesso. Ed invece siamo buttati lì come in una grande selva selvaggia senza bussola e riferimenti. È chiaro… molto affascinante l’idea di non sapere cosa ci aspetta ed andare alla scoperta, nessuno sta dicendo che meglio sarebbe conoscere e tenere tutto sotto controllo.


Il problema nasce però lì dove la nostra identità ed il nostro sé sono talmente spaventati, stanchi ed esausti che diviene difficile continuare a restare a galla. E quindi?

Si fugge.

Si fugge da sé. Lontani anni luce, per i casi più sfortunati (dipende dai punti di vista), sconfinando a volte nel patologico, o per i casi più fortunati prendendosi una vacanza da sé, ricaricandosi per poi provare a tornare.

Sono diversi gli artisti, i musicisti, gli scrittori e tanti altri che hanno trovato questo modo più facile per affrontare un’esistenza, ahimè, assai difficile. Mi limito a riportarvi due casi che sempre mi hanno suscitato interesse, essendone stata da sempre affascinata.

Il primo è Fernando Pessoa.

Lo scrittore Fernando Pessoa, ha adottato, come modo per fuggire da sé i diversi eteronimi che di volta in volta gli permettono di esistere in un altro luogo, con un altro corpo, un’altra storia. Esistere e fuggire continuamente, senza portarsi solo lui il fardello gravoso dell’esistenza sulle spalle. Basta uno pseudonimo e si entra in scena nella sua esistenza, fuori da sé o in un sé altro?

Di F. Pessoa riporto queste parole, – Il libro dell’Inquietudine, 1982 (postumo):

Sono stato derubato dal poter esistere prima che esistesse il mondo. Se sono stato costretto a reincarnarmi, mi sono reincarnato senza di me, senza essermi reincarnato.
Io sono la periferia di una città inesistente, il commento prolisso di un libro non scritto. Non sono nessuno, nessuno.
Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono una figura di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e evanescente senza aver avuto una realtà, fra i sogni di chi non mi ha saputo completare.
[…]La mia anima è un
maëlstrom nero, una vasta vertigine intorno al vuoto, un movimento di un oceano senza confini intorno ad un buco nel nulla, e nelle acque, che più che acque sono turbini, galleggiano le immagini di ciò che ho visto e sentito nel mondo: vorticano case, volti, libri, casse, echi di musiche e spezzoni di voci in un turbine sinistro e senza fondo.
E io, proprio io, sono il centro che esiste soltanto per una geometria dell’abisso; sono il nulla intorno a cui questo movimento gira, come fine a se stesso, con quel centro che esiste solo perchè ogni cerchio deve possedere un centro. Io, proprio io, sono il pozzo senza pareti ma con la resistenza delle pareti, il centro del tutto con il nulla intorno.

-Questa è un’ottima soluzione per affrontare questa società liquida quando non si hanno strumenti e energie necessarie per affrontarla da protagonisti fedeli a sé.

-Chi tra l’altro riesce a farlo? Il rischio qual è?

Beh.. probabilmente il rischio e di staccarsi totalmente, creandosi una realtà migliore di quella nella quale siamo immersi, ma non reale.

-Ovvero? Diventare pazzi?

– Non direi pazzi, ma estranei a se stessi, lontani, fingendo in modo reale una vita all’altezza non tanto delle proprie aspettative quanto delle proprie possibilità a livello di energia, emozioni, animo. Il rischio è perder-si, ma fino a che punto ci si era trovati? Come si può perdere qualcosa che ancor più oggi si trova così difficilmente?

Continuando con le parole di Pessoa:

“Assisto a me stesso nei diversi travestimenti che fanno in modo che io sia vivo. Sono a tal punto divenuto la finzione di me stesso che ogni sentimento spontaneo che provo si altera immediatamente, non appena è sorto, per diventare sentimento dell’immaginazione: il ricordo si trasforma in sogno, il sogno in oblio del sogno, e la conoscenza che ho di me in assenza di ogni pensiero su me stesso”.

Il secondo personaggio che da sempre mi ha affascinato è un compagno interessante col quale condividere il disagio di mostrarsi se stessi: Charles Aznavour, che grazie al suo ‘Istrione’, ci fa sentire meno esuli, vicini a chi come noi, deve mettere da parte le proprie debolezze ed emotività per restare a galla in un mondo vorace.

L’istrione è un commediante talmente calato nel suo ruolo che difficilmente si capisce dove inizia il personaggio e dove finisce l’individuo.

Parla, piange e riderà del personaggio che vivrà.

Diventa impossibile non farsi carico del personaggio che si interpreta provandone quasi compassione. Ma è più facile abbracciare e prendersi cura di un personaggio che ci accompagna, rendendoci meno soli, piuttosto che di se stessi. Ha paura l’istrione, può provarla, almeno Lui. Quando si apre il sipario teme di non riuscire a ricordare la parte; quante volte nella vita ci sentiamo impreparati? Ed in questa società così liquida e complessa ancor di più. Affrontarla con coraggio, determinazione e confini almeno limitati per il senso del sé, è dura. E non è voler nascondere la testa sotto la sabbia. Ma è tutto così troppo veloce e necessario, nell’adattarsi ai cambiamenti nell’essere pronti di volta in volta  ad affrontarli con energia. Ci vorrebbe più tempo. Ne esce un uomo distrutto, lontano da sé, vittima di una società che lo vuole sempre all’altezza di cosa poi? Non sarebbe forse meglio sentirsi all’altezza di se stessi senza entrare nella logica di mercato dell’anima? Oggi è difficile.

E allora…

[…] io sono un istrione

e l’arte, l’arte sola è la vita per me

se mi date un teatro e un ruolo adatto a me

il genio si vedrà… si vedrà…

 

Con il mio viso ben truccato e la maschera che ho,

sono enfatico e discreto versi e prosa vi dirò,

con tenerezza e con furore,

e mentre agli altri mentirò

fino a che sembri verità fino a che io ci crederò

non è per vanità

quel che valgo lo sò e ad essere sincero

solo un vero istrione è grande come me

ed io ne sono fiero…

Ora vi saluto augurandovi buona giornata, lasciandovi all’ascolto di questa meravigliosa poesia!!!

Hamaika 

 

 

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